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Intervista al Prof. Strozza sul blog "MIGRANGELS"
Posted 21/05/2018

“Creare i canali necessari a governare l’accesso e l’integrazione delle diverse categorie di migranti attraverso regole e strutture certe, un’organizzazione adeguata e, possibilmente, strategie concordate con le aree di origine”. È questa la “ricetta” del professore Salvatore Strozza, Coordinatore del Master in “Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione” dell’Università di Napoli “Federico II”, per “governare” i flussi migratori che interessano il nostro Paese.

Professore, l’immigrazione è un pericolo o una risorsa?

Le migrazioni hanno accompagnato da sempre la storia dell’umanità, hanno favorito il popolamento del cosiddetto Nuovo Mondo e saranno probabilmente sempre più importanti nei decenni e nei secoli avvenire, se non altro per la crescente facilità e rapidità degli spostamenti. Fatta questa necessaria premessa, vengo alla risposta che non potrà che essere indiretta. Riuscire a governare il fenomeno migratorio è una sfida importante per far sì che l’immigrazione sia pressoché esclusivamente una risorsa e sempre meno un rischio per la società di accoglimento. Garantire accoglienza alle persone che chiedono protezione è un dovere, ma non va dimenticato che il nostro paese, forse più di altri paesi europei, ha bisogno dell’immigrazione per evitare un rapido declino demografico ed un processo di invecchiamento accelerato che produrrebbero effetti problematici in diversi ambiti della nostra società, primo fra tutti quello economico. Già attualmente gli stranieri rappresentano circa il 10% dell’occupazione (circa 2,5 milioni di occupati) e contribuiscono a produrre una quota più o meno equivalente del Prodotto interno lordo (Pil), sarà sicuramente necessario un loro ulteriore apporto negli anni avvenire.

Come giudica, da esperto, il sistema dell’accoglienza in Italia?

Nei decenni passati l’immigrazione è stata “gestita” ex post attraverso le cosiddette regolarizzazioni straordinarie (se ne contano almeno otto: 1986; 1990; 1995; 1998; 2002; 2006; 2009; 2012) che di fatto erano diventate periodiche. Le quote annuali di accesso per lavoro stabilite attraverso i cosiddetti “decreti flussi” per quanto ridotte costituivano comunque un significativo canale ufficiale di ingresso dei lavoratori migranti che negli ultimi anni è stato quasi azzerato e occorrerà invece ripristinare ora che l’economia è nuovamente in crescita (per il 2018 è di 30.850 la quota massima dei lavoratori non comunitari subordinati, stagionali e non stagionali, e di lavoratori autonomi che potranno fare ingresso in Italia). Occorrerebbe inoltre ripristinare l’accesso per ricerca lavoro, che nel nostro paese ha avuto vita breve. Si tratterebbe di un canale importante per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro che non può che avvenire a livello locale. Consentirebbe inoltre di avere meno casi di arrivi per lavoro celati dietro le motivazioni umanitarie. Le migrazioni forzate hanno assunto negli ultimi anni un’importanza certamente maggiore che in passato. Tra il 2014 e il 2017 sono state salvate nel Mediterraneo circa 625 mila persone che in una parte non trascurabile hanno lasciato il territorio italiano per dirigersi verso altri paesi. L’Italia non era certamente preparata a gestire un’accoglienza di queste dimensioni. Nel tempo la situazione è migliorata con l’aumento dei posti nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e nelle altre strutture di prima accoglienza, nonché con la parziale redistribuzione delle persone tra le regioni italiane. Molto rimane ancora da fare per una presa in carico effettiva e per il tempestivo riconoscimento dello status di protezione per i migranti forzati, nonostante continuano a rappresentare una parte nettamente minoritaria dell’immigrazione e soprattutto della presenza straniera in Italia (su oltre 5 milioni di stranieri residenti, quasi 6 milioni considerando anche i non residenti, quelli presi in carico dalle strutture di accoglienza sono poco più di 200 mila).

Nei confronti dei migranti esiste, a suo giudizio, una forma di razzismo strisciante da parte dei nostri concittadini?

Non sono un esperto di queste tematiche, pertanto la mia opinione si basa essenzialmente sui fatti di cronaca e su alcune ricerche condotte nel recente passato da studiosi di questi fenomeni. Senza dubbio si stanno verificando comportamenti, in alcuni casi devianti, che possono far pensare ad una certa diffusione di atteggiamenti razzisti nei confronti di alcune categorie di immigrati. Si tratta di eventi che per quanto non frequenti rappresentano segnali importanti da non trascurare che dovrebbero spingere i mass media a fornire un’immagine sempre più realistica del fenomeno migratorio e la classe politica ad abbassare i toni polemici, favorendo su scala locale l’incontro, la conoscenza e l’interazione tra le diverse componenti del tessuto sociale. Gli stranieri sono concentrati in occupazioni poco appetibili per gli italiani e sono più spesso vittime di sfruttamento da parte dei datori di lavoro. La conoscenza tra italiani e stranieri, anche nei casi in cui si registra competizione sul lavoro, genera di norma forme di solidarietà piuttosto che di pregiudizio e scontro.

Meglio creare nuove barriere o abbattere i muri?

Meglio gestire i flussi migratori garantendo diritti e sopravvivenza alle persone adulte e ai minori coinvolti e assicurando al paese una crescita sociale ed economica equilibrata. In altri termini, occorre creare quei canali necessari a governare l’accesso e l’integrazione delle diverse categorie di migranti attraverso regole e strutture certe, un’organizzazione adeguata e, possibilmente, strategie concordate con le aree di origine.

Quanto le nuove misure introdotte dal Ministro Minniti possono limitare gli eccessi che sono stati registrati finora?

Gli accordi dell’Unione Europea con la Turchia e dell’Italia con la Libia hanno senza dubbio ridotto il numero di persone che hanno cercato di raggiungere la Grecia e l’Italia attraverso il Mediterraneo, riducendo probabilmente anche le morti in mare. Non mancano però valutazioni critiche legate soprattutto, ma non solo, alla mancanza di garanzie sul rispetto dei diritti umani per i profughi trattenuti nei due paesi di transito. L’esperienza dei corridoi umanitari sperimentata dalla Comunità di Sant’Egidio sembra la strada da seguire per garantire ai richiedenti asilo possibilità concrete di trovare protezione sul territorio europeo senza rischiare la vita durante il viaggio e l’attraversamento del Mediterraneo. Sembra inoltre necessario pervenire ad una politica dei flussi complessiva che prenda in considerazione adeguatamente tutte le diverse categorie di migranti (lavoratori, familiari, profughi, studenti e altri soggetti).

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